venerdì 16 aprile 2010

LA LETTERA DEI COLLEGHI DI MILANO

PRENDIAMO ATTO CHE OGGI NON C'è PIù POSSIBILITà DI INTERLOCUZIONE CON L'AZIENDA, SIA PERCHè QUESTA NON CI ASCOLTA, SIA PERCHè QUESTA NON ASCOLTA I SEGNALI D'ALLARME CHE ARRIVANO DAI LAVORATORI!

Caro Direttore Masi e Caro Presidente Garimberti,
siamo alcuni degli "operai e impiegati" della RAI. Abbiamo scelto di rivolgerci a Voi tramite una lettera aperta su un giornale perché nell’azienda in cui lavoriamo non esistono occasioni di scambio e di confronto, né con voi né con altri livelli dirigenziali, su come si lavora e su che cosa serve per mantenerla viva ed efficiente.

Abbiamo appreso dai giornali che le vostre posizioni sullo stato della Rai sono divergenti: per il Direttore generale l’azienda gode di ottima salute, mentre il Presidente prevede un futuro difficile e buio. Non è una differenza di poco conto, e già questo ci induce a dubitare che in questo momento la Rai sia governata in maniera adeguata alle sue complesse esigenze.

Il “buon governo” di cui Voi parlate lo stiamo respirando ogni giorno: stipendi bloccati su livelli inaccettabili per la maggior parte di noi (ribadiamo, "operai e impiegati"), investimenti inesistenti sia sul personale che sui principali asset aziendali. Buona parte della spesa è destinata ad appalti ed acquisto di format – molti dei quali altro non sono che vecchie idee rivendute come “nuove” e pagate profumatamente. La sottoutilizzazione del personale interno è divenuta ormai fenomeno endemico: per le figure professionali di conduttori, autori, consulenti e registi, ci si rivolge all’esterno, generando spesso inutili doppioni e aumentando i costi di produzione.

Sul piano editoriale, il mancato rinnovamento dei palinsesti e dei programmi rendono la RAI una azienda radiotelevisiva poco competitiva, incapace di rivolgersi ad intere fette di popolazione, poco attraente per il pubblico più giovane. La disaffezione è evidente, così come la crescente delegittimazione della RAI come servizio pubblico.

L’”ottima salute” della RAI ci è stata certificata in questi giorni con la richiesta, da parte dell’azienda, di non riconoscere il premio di risultato destinato a operai e impiegati, mentre dirigenti e giornalisti lo avranno pagato per intero. La crisi dunque c’è, ma viene fatta pagare a noi scaricandone i costi sulla nostra busta paga.
Tra le cause indicate ci sono il calo degli ascolti e degli introiti pubblicitari. Ma di questo non possiamo essere chiamati a rispondere, non noi che lavoriamo nelle redazioni, negli studi, negli uffici o nei magazzini. E’ una responsabilità che grava sulle spalle di chi questa azienda dirige, di chi continua a proporre vecchie formule editoriali , di chi asseconda nuove infornate di dirigenti (senza curriculum e soprattutto senza ruolo) che non hanno alcuna giustificazione nelle logiche del “buon governo” . Non siamo noi ad aver deciso di interrompere il contratto con Sky. E neppure di bloccare per un mese la messa in onda dei programmi di Vespa, Santoro, Floris e Paragone (2 prime serate da 15% e 19% di share), contro tutte le leggi del mercato.

Non siamo disposti a pagare il prezzo dei Vostri errori, di politiche aziendali e scelte editoriali sbagliate. Non più. Il risanamento dei conti economici e una buona politica di risparmi non può passare attraverso il taglio di una busta paga che è già troppo leggera: sarebbe un atto indecente e una insopportabile mancanza di rispetto nei nostri confronti. Da Voi ci aspettiamo ben altro: che facciate della RAI un’azienda moderna ed efficiente, capace di confrontarsi con i suoi dipendenti anziché esercitare pure funzioni di comando. Un’azienda che abbia a cuore il suo pubblico e chi vi lavora.


Vi salutiamo