PRENDIAMO ATTO CHE OGGI NON C'è PIù POSSIBILITà DI INTERLOCUZIONE CON L'AZIENDA, SIA PERCHè QUESTA NON CI ASCOLTA, SIA PERCHè QUESTA NON ASCOLTA I SEGNALI D'ALLARME CHE ARRIVANO DAI LAVORATORI!
Caro Direttore Masi e Caro Presidente Garimberti,
siamo alcuni degli "operai e impiegati" della RAI. Abbiamo scelto di rivolgerci a Voi tramite una lettera aperta su un giornale perché nell’azienda in cui lavoriamo non esistono occasioni di scambio e di confronto, né con voi né con altri livelli dirigenziali, su come si lavora e su che cosa serve per mantenerla viva ed efficiente.
Abbiamo appreso dai giornali che le vostre posizioni sullo stato della Rai sono divergenti: per il Direttore generale l’azienda gode di ottima salute, mentre il Presidente prevede un futuro difficile e buio. Non è una differenza di poco conto, e già questo ci induce a dubitare che in questo momento la Rai sia governata in maniera adeguata alle sue complesse esigenze.
Il “buon governo” di cui Voi parlate lo stiamo respirando ogni giorno: stipendi bloccati su livelli inaccettabili per la maggior parte di noi (ribadiamo, "operai e impiegati"), investimenti inesistenti sia sul personale che sui principali asset aziendali. Buona parte della spesa è destinata ad appalti ed acquisto di format – molti dei quali altro non sono che vecchie idee rivendute come “nuove” e pagate profumatamente. La sottoutilizzazione del personale interno è divenuta ormai fenomeno endemico: per le figure professionali di conduttori, autori, consulenti e registi, ci si rivolge all’esterno, generando spesso inutili doppioni e aumentando i costi di produzione.
Sul piano editoriale, il mancato rinnovamento dei palinsesti e dei programmi rendono la RAI una azienda radiotelevisiva poco competitiva, incapace di rivolgersi ad intere fette di popolazione, poco attraente per il pubblico più giovane. La disaffezione è evidente, così come la crescente delegittimazione della RAI come servizio pubblico.
L’”ottima salute” della RAI ci è stata certificata in questi giorni con la richiesta, da parte dell’azienda, di non riconoscere il premio di risultato destinato a operai e impiegati, mentre dirigenti e giornalisti lo avranno pagato per intero. La crisi dunque c’è, ma viene fatta pagare a noi scaricandone i costi sulla nostra busta paga.
Tra le cause indicate ci sono il calo degli ascolti e degli introiti pubblicitari. Ma di questo non possiamo essere chiamati a rispondere, non noi che lavoriamo nelle redazioni, negli studi, negli uffici o nei magazzini. E’ una responsabilità che grava sulle spalle di chi questa azienda dirige, di chi continua a proporre vecchie formule editoriali , di chi asseconda nuove infornate di dirigenti (senza curriculum e soprattutto senza ruolo) che non hanno alcuna giustificazione nelle logiche del “buon governo” . Non siamo noi ad aver deciso di interrompere il contratto con Sky. E neppure di bloccare per un mese la messa in onda dei programmi di Vespa, Santoro, Floris e Paragone (2 prime serate da 15% e 19% di share), contro tutte le leggi del mercato.
Non siamo disposti a pagare il prezzo dei Vostri errori, di politiche aziendali e scelte editoriali sbagliate. Non più. Il risanamento dei conti economici e una buona politica di risparmi non può passare attraverso il taglio di una busta paga che è già troppo leggera: sarebbe un atto indecente e una insopportabile mancanza di rispetto nei nostri confronti. Da Voi ci aspettiamo ben altro: che facciate della RAI un’azienda moderna ed efficiente, capace di confrontarsi con i suoi dipendenti anziché esercitare pure funzioni di comando. Un’azienda che abbia a cuore il suo pubblico e chi vi lavora.
Vi salutiamo
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)


Nessun commento:
Posta un commento